| Florestano ( @ 2004-03-07 20:46:00 |
Fenomenologia dei viaggi d'istruzione (II parte)
(…segue)
Gli alberghi che ospitano le comitive studentesche devono essere costruiti con criteri più rigorosi di quelli a norma antisismica nella città di Tokyo, altrimenti non si spiegherebbe il fatto che siano ancora in piedi.
L’assegnazione delle camere agli studenti, attentamente pianificata dalla Commissione in infinite riunioni pomeridiane, e ulteriormente rifinita in pullman durante l’altrettanto interminabile viaggio di andata, è regolarmente sconfessata, nei fatti, da accordi sotterranei, negoziati e ricatti condotti dalle alunne con pragmatico cinismo. Il risultato è la solita progressione che, partendo dalle camere dei proff., dislocate in zone dell’albergo illusoriamente considerate strategiche, relega i gruppi più scalmanati a distanze siderali dal rispettivo docente accompagnatore.
L’obiettivo principale degli studenti in albergo è cercare di provocare il massimo danno con il minimo sforzo. Il record assoluto in termini di velocità di esecuzione, registrato in un albergo di Rimini, è consistito nell’espianto del sifone della doccia in 30’’ netti dall’ingresso in camera: nei successivi 30 minuti, in attesa dell’idraulico, ho cercato personalmente di tamponare un getto d’acqua gelata con pressione da idrante antisommossa.
La decennale esperienza in fatto di viaggi d’istruzione mi ha consentito di formulare la seguente legge empirica sulla entità economica dei danni arrecati (D):

in cui:
1. C è il costo del viaggio pro capite;
2. E è l’età del docente accompagnatore;
3. M è la media dei voti della classe accompagnata.
Se ne deduce che quanto più costa il viaggio, e l’accompagnatore è giovane e inesperto o anziano e scarsamente lucido, e la classe non brilla per volontà e impegno nello studio, tanto più gli studenti si sentono moralmente autorizzati alla devastazione; e siccome il costo del viaggio è anche direttamente proporzionale alla distanza della meta potremmo riassumere che più si va lontano più “sono cazzi”.
Ora però sto esagerando, non è mia intenzione sottolineare solo gli aspetti negativi di queste mie esperienze. Il viaggio, anzi il “Viaggio”, inteso nella sua accezione più nobile, è sempre foriero di crescita in senso educativo e di maggiore consapevolezza di sé e degli altri, è una strada a senso unico verso “il mondo dei grandi” (cfr.
hazel_). In tal senso le “gite” sono piene di episodi significativi:
come quella volta che tre colleghi furono colti in flagrante dagli studenti mentre uscivano con aria soddisfatta da un locale di spogliarelli sito sulla centrale Piazza S.Venceslao a Praga….
e quella volta che una mia alunna cercò di sedurmi via telefono dell’albergo, credendo di parlare con l’autista giovane e carino e invitandomi ad un “rendez vous” nella sua camera…
e di quando poi, camuffando malignamente la voce, mi presentai alla porta della sua camera, fingendomi il suddetto autista, in compagnia della ragazza di questi, anche lei mia alunna…
per non dire di quella volta che a Monaco di Baviera recuperammo due disgraziatissime dalle celle della “kriminalpolizei” solo qualche decina di minuti prima di prendere il treno del ritorno…
e neanche del mitico collega di francese che interpreta in maniera molto singolare il “godere” delle bellezze locali…
Nonostante tutto ciò, e aggiungendovi la mortifera prostrazione che ti assale già dopo la prima notte in bianco, vegliando sull’onore di dozzine di gentili pulzelle, e il costo di ettolitri di cappuccini e kilate di brioches (“a professo’, offrici la colazione ‘che viaggi a scrocco e te pagano pure”), e le inevitabili discoteche serali (“che siamo venuti a fa’, a vede’ solo le mummie?”), ebbene sì, lo confesso: io mi diverto, forse non sarò normale ma mi diverto.
E quando in classe ritrovi quei volti sfiniti, segnati dal vizio e dalla stanchezza, da giorni e notti di fumo “ad libitum”, il trucco a coprire delle profonde occhiaie, non puoi fare a meno di scoppiare a ridere. Quello che mi preoccupa è che loro, appena ti vedono, fanno altrettanto.
(…segue)
Gli alberghi che ospitano le comitive studentesche devono essere costruiti con criteri più rigorosi di quelli a norma antisismica nella città di Tokyo, altrimenti non si spiegherebbe il fatto che siano ancora in piedi.
L’assegnazione delle camere agli studenti, attentamente pianificata dalla Commissione in infinite riunioni pomeridiane, e ulteriormente rifinita in pullman durante l’altrettanto interminabile viaggio di andata, è regolarmente sconfessata, nei fatti, da accordi sotterranei, negoziati e ricatti condotti dalle alunne con pragmatico cinismo. Il risultato è la solita progressione che, partendo dalle camere dei proff., dislocate in zone dell’albergo illusoriamente considerate strategiche, relega i gruppi più scalmanati a distanze siderali dal rispettivo docente accompagnatore.
L’obiettivo principale degli studenti in albergo è cercare di provocare il massimo danno con il minimo sforzo. Il record assoluto in termini di velocità di esecuzione, registrato in un albergo di Rimini, è consistito nell’espianto del sifone della doccia in 30’’ netti dall’ingresso in camera: nei successivi 30 minuti, in attesa dell’idraulico, ho cercato personalmente di tamponare un getto d’acqua gelata con pressione da idrante antisommossa.
La decennale esperienza in fatto di viaggi d’istruzione mi ha consentito di formulare la seguente legge empirica sulla entità economica dei danni arrecati (D):

in cui:
1. C è il costo del viaggio pro capite;
2. E è l’età del docente accompagnatore;
3. M è la media dei voti della classe accompagnata.
Se ne deduce che quanto più costa il viaggio, e l’accompagnatore è giovane e inesperto o anziano e scarsamente lucido, e la classe non brilla per volontà e impegno nello studio, tanto più gli studenti si sentono moralmente autorizzati alla devastazione; e siccome il costo del viaggio è anche direttamente proporzionale alla distanza della meta potremmo riassumere che più si va lontano più “sono cazzi”.
Ora però sto esagerando, non è mia intenzione sottolineare solo gli aspetti negativi di queste mie esperienze. Il viaggio, anzi il “Viaggio”, inteso nella sua accezione più nobile, è sempre foriero di crescita in senso educativo e di maggiore consapevolezza di sé e degli altri, è una strada a senso unico verso “il mondo dei grandi” (cfr.
come quella volta che tre colleghi furono colti in flagrante dagli studenti mentre uscivano con aria soddisfatta da un locale di spogliarelli sito sulla centrale Piazza S.Venceslao a Praga….
e quella volta che una mia alunna cercò di sedurmi via telefono dell’albergo, credendo di parlare con l’autista giovane e carino e invitandomi ad un “rendez vous” nella sua camera…
e di quando poi, camuffando malignamente la voce, mi presentai alla porta della sua camera, fingendomi il suddetto autista, in compagnia della ragazza di questi, anche lei mia alunna…
per non dire di quella volta che a Monaco di Baviera recuperammo due disgraziatissime dalle celle della “kriminalpolizei” solo qualche decina di minuti prima di prendere il treno del ritorno…
e neanche del mitico collega di francese che interpreta in maniera molto singolare il “godere” delle bellezze locali…
Nonostante tutto ciò, e aggiungendovi la mortifera prostrazione che ti assale già dopo la prima notte in bianco, vegliando sull’onore di dozzine di gentili pulzelle, e il costo di ettolitri di cappuccini e kilate di brioches (“a professo’, offrici la colazione ‘che viaggi a scrocco e te pagano pure”), e le inevitabili discoteche serali (“che siamo venuti a fa’, a vede’ solo le mummie?”), ebbene sì, lo confesso: io mi diverto, forse non sarò normale ma mi diverto.
E quando in classe ritrovi quei volti sfiniti, segnati dal vizio e dalla stanchezza, da giorni e notti di fumo “ad libitum”, il trucco a coprire delle profonde occhiaie, non puoi fare a meno di scoppiare a ridere. Quello che mi preoccupa è che loro, appena ti vedono, fanno altrettanto.